Architetti d’Italia: Giuseppe Terragni, il classicista.

Giuseppe Terragni è diventato il progettista più celebrato, se non venerato, dalla quasi generalità degli architetti italiani, il più conosciuto e studiato dei nostri a livello internazionale, a partire dagli intellettuali post-strutturalisti della rivista Oppositions (1973-1984).

Si sa, per comprendere un personaggio bisogna innanzitutto guardare alle sue scelte artistiche. Quello che a volte cela l’architettura, sicuramente più difficile e ambigua da decifrare, l’arte lo mostra con evidente chiarezza.
Se disegni cavalli che potrebbero stare sulle scatole dei cioccolatini come fa Santiago Calatrava, qualcosa nelle tue strutture probabilmente non funziona. E se, come Sandro Anselmi, disegni ancora come un dotato studente d’accademia che ancora non ha superato lo spartiacque di Jackson Pollock o di Vito Acconci, qualcosa di storto ci deve essere.

Partiamo allora dalle scelte artistiche.

Terragni dipingeva e uno dei suoi quadri, un autoritratto in divisa militare, andò alla seconda mostra del Novecento svoltasi nel 1929, curata da Margherita Sarfatti. È noto che le sue attenzioni non andavano solo per le tele di Sironi e compagni. Ebbe rapporti intensi con il gruppo degli astrattisti comaschi e, per esempio, con Mario Radice, con il quale collaborò per la Casa del Fascio. Inoltre la Sala O della mostra della rivoluzione fascista del 1932, svoltasi a Roma, manifesta attenzione al costruttivismo russo e quindi anche ad altri movimenti di avanguardia che andavano oltre lo stesso astrattismo. Un atteggiamento eclettico ma fino a un certo punto. Il suo cuore era per la forma compiuta così come espressa dalle opere novecentiste. Concreti valori plastici, non evanescenti astrazioni.

Se guardiamo le realizzazioni architettoniche, difficilmente l’opera si smaterializza, riesce a liberarsi dal proprio peso, dalla chiusura del volume. Anzi, trasforma questa pesantezza in qualità formale. Per quanto i volumi siano scavati e torturati, a volte con straordinaria abilità ed efferatezza, mai perdono consistenza. Il salto che, per esempio, compie il Neoplasticismo, scomponendo la scatola muraria per piani che scappano lungo le infinite direzioni dello spazio, gli è estraneo.

Mentre l’arte europea, nelle sue manifestazioni più avanzate, l’oggetto lo distruggeva, lo smembrava, lo volatilizzava, Terragni lo esalta. Lo restituisce alla sua dimensione mitica, cioè classica.

Terragni rappresenta al meglio l’ossessione degli architetti italiani: la permanenza della storia. E si spiegherebbe così perché da loro è venerato.

C’è un’ opera in cui Terragni compie, avvertitamente (o inavvertitamente?) il gran passo: l’asilo Sant’Elia. Il suo capolavoro, l’edificio che, esattamente come avveniva nelle migliori prove dei funzionalismi europei e in particolare olandesi, scompariva, per lasciare infinita libertà ai corpi che vi si muovono liberamente, cosa che non succede nelle raffinate ma inequivocabili geometrie della Casa del Fascio o del Danteum. Nell’asilo dominano grandi vetrate e tende: la trasparenza e il vento. E vi è assenza di volumi torturati debitori della rivisitazione manierista della grande tradizione classica.

Terragni muore a 39 anni. Nonostante si laurei giovanissimo, esercita l’attività professionale per soli quindici. È probabile quindi che i suoi edifici siano capitoli diversi di una ricerca che non trovò una sintesi, ma è importante proprio per la pluralità degli esiti parziali.  Ognuno può cercare il Terragni che gli è più vicino: della Casa del Fascio o del Danteum, del Novocomum o dell’asilo Sant’Elia, della soluzione A o della soluzione B del Palazzo Littorio. Immaginiamo un solo Terragni ma ne troviamo diversi. 

In fondo, come testimonia il suo immenso successo anche presso i critici più reazionari e insensibili alla contemporaneità, presenta un atteggiamento molto più radicato nei fondamenti della tradizione di quello che abbiamo voluto credere. Un po’ come il primo Le Corbusier, che si trovava più a proprio agio con Auguste Perret che con reali spiriti innovatori quali Karel Teige, che, difatti, dopo un primo innamoramento, capirono quanto di classicista ci fosse dietro la rivoluzione della macchina per abitare, i cui principi erano mutuati dalle geometrie del Partenone. La storia dell’architettura moderna, come forse l’avrebbe voluta Persico o lo stesso Teige, deve essere ancora scritta!